lunedì 16 aprile 2012

Diaz. E gli ultimi anni di rumoroso silenzio.

Ieri sera sono stato al cinema qui in Italia a vedere Diaz. Weekend intenso: avevo anche visto lo scorso venerdì il film sulla strage di Piazza Fontana. Però è quello una pellicola certamente sconvolgente, ma meno violenta di quello relativo ai fatti di Genova.

Non voglio aprire adesso una discussione sull'episodio. Le condanne giudiziarie, i fatti chiariti e le testimonianze varie, mi sembra che possano dire la verità su quello che è accaduto. Non mi va di scagliare la pietra contro gli esecutori. Certo più mi piacerebbe che coloro che hanno preso le decisioni fossero stati meglio puniti, ma l'Italia è un paese in cui il salvataggio del potente è una conseguenza inevitabile del suo status. E' forse per questo che tanti aspirano a entrare in politica: non gli interessa il bene comune, quanto l'immunità e i benefici scritti e non scritti che si acquisiscono in un approccio servile verso chiunque possa muovere in modo più o meno lecito delle leve comode...

Ma il punto che mi ha più disturbato di tutta questa faccenda è stata la mia personale (e quella di troppi altri) narcolessia di fronte agli eventi. Certo ricordavo vagamente che il G8 di Genova fosse stato un disastro, che fossero successe cose gravissime, ma non avevo un quadro relativo alla violenza dell'evento. Forse la mia disattenzione di allora, troppo concentrato come ero sul finire i miei studi e passare oltre... Colpa mia. Ma solo colpa mia?

Purtroppo ho il dubbio di non essere stato il solo addormentato dall'informazione controllata del nostro paese. Ho rivisto una compromettente conferenza stampa del Presidente del Consiglio di allora, un certo Silvio Berlusconi di cui oggi tutti sembrano ricordarsi poco. Un uomo che l'informazione la sa creare e gestire meglio di chiunque altro in Italia e che se la batte con diversi nel mondo. Ho visto una rappresentazione che può essere oggi di parte, ma che ha avuto dei riscontri giudiziari importanti e non confutati. E a quel tempo, forse per lo shock o forse perchè come al solito si è saputo premere i tasti giusti per rendere tutto silenzioso, l'onda dolorosa di quello che era successo tra Diaz e Bolzaneto non si è infranta su tutta la società italiana.

In un clima impossibile, in cui la paura si è presa l'intelligenza di tutti, specialmente delle forze dell'ordine, quello che è accaduto non ha avuto un controllo da parte di chi la calma la deve mantenere e la gestione di sè e dei suoi è tenuto a conservarla. Però poi un meccanismo perverso di blocco informativo, di amnistia generalizzata, di silenzio sporco, ha fatto in modo che la gravità di quello che è successo non si trasferisse ad ogni strato di una coscienza civile che doveva potersi ribellare. Quello che mi ha atterrito è che non ci sia stata abbastanza storia che dicesse un no alla sospensione dei diritti civili. Ad un comportamento che ha messo a rischio la vita di persone indifferentemente colpevoli e innocenti. Sono da sempre contrario alla violenza in ogni sua forma e da ogni parte provenga. A maggior ragione lo sono nel caso in cui siano i nostri rappresentanti a rendersene protagonisti. E' un discorso analogo alla pena di morte: se uno ha ucciso, non per questo la società civile può rendersi artefice di una vendetta e essere responsabile di una nuova morte. Se gli altri sono violenti, la risposta non può e non deve essere il dente per dente, ma il controllo e la professionalità senza lasciare spazio alla sola emotività, devono essere garantiti in persone che devono proteggerci con delle armi.

Ma negli ultimi anni, siamo rimasti tutti troppo anestetizzati dalle vacue discussioni di mutande e denaro di un solo uomo e della sua corte di pericolosi giullari, perdendo il contatto con fatti realmente tragici come in questo caso. Il dubbio atroce è che anche gli altri politici si siano persi dietro i percorsi a bassa resistenza di quel parafulmine assoluto che ha distolto l'attenzione pubblica (non un'opinione che purtroppo è dispersa ormai chissà dove) da quello che gli era scomodo...

Che tristezza... Ma anche che rabbia...

venerdì 30 marzo 2012

Finire con Fede

Non di rado mi getto sulla notizia del giorno. Se lo faccio è perchè qualcosa mi colpisce, ma soprattutto innesca una di quelle riflessioni piu' generali che tendo a condividere pensando irragionevolmente che a qualcuno possa interessare la mia opinione...

Dunque è finita l'era del Fido Fede con un suo TG. Rappresentazione da sempre grottesca dell'informazione e specchio di una spettacolarizzazione di tutto e di tutti. Con la sua maschera stirata come una camicia sintetica e quei suoi milioni di ammiccamenti, il giornalista era scomparso da tempo. Ma accanirsi su di un uomo che da anni era immagine di una politica del fatuo e del vuoto, probabilmente anche non per sua colpa, ma perchè "lo dipingevano cosi'" i caratteristi del Boss, sarebbe ormai anacronistico.

Quello che mi fa pensare è invece il fatto che questa cosa nasca oggi improvvisa, come un colpo di coda del biscione. Senza cercare la dietrologia a tutti i costi, la scelta di scrollarsi di dosso il vecchio incartapecorito simbolo della televisione di partito, è stata ponderata. In un ex Presidente che ha ancora molti e molti mezzi per ricomparire sulla scena politica, albergano infinite capacità di calcolo. Se lui continua a ritenersi immortale, non altrettanto pensa e giudica i suoi fedeli scudieri e compagni di ben altro che merende. Il delfino siciliano (un po' anch'egli tonno abbronzato), avrà proposto questo come gesto di smantellamento di un apparato che ormai non funziona piu'. In un'ottica di rinnovamento dell'immagine, ma non certo dei contenuti, bisogna lasciare per strada i pezzi da museo che non incensano piu' favorevolmente, ma ricordano eventi infausti, producendo una puzza sulfurea di certo sgradevole.

Ci sarà stata una telefonata. Probabilmente neanche diretta. Qualcuno avrà detto, con dei giri di parole neanche troppo sofisticati: "Caro direttore, ti ringraziamo per i tuoi servigi, ma adesso dobbiamo dare spazio a facce nuove e a nuove idee fresche e strategicamente produttive". Il duro colpo, sicuramente non inatteso, sarà stato assorbito con un debole: "Ma questo tg l'ho fondato io e dà ancora buon frutto. Possiamo migliorare. Cosa vogliamo cambiare?". E la risposta in stile un po' aziendale (ma direi piu' in generale da organizzazione di ogni tipo) sarà stata: "Direttore, è il caso che tu ti goda i frutti del tuo duro lavoro. Non ti mancano i mezzi, riposati. Riposa a lungo con un viaggio per il mondo..."

Il tempo trascorso dallo scandalo dello smutandamento avrà permesso di minimizzare la possibilità di ulteriori ripercussioni. Quindi, possiamo attenderci serenamente di non vedere per lungo tempo il volto Fedele. Ci saranno ancora avvenimenti interessanti da qui alle elezioni del Presidente della Repubblica. La scommessa vera di Berlusconi resta il Quirinale. Riuscirci sarebbe per l'Italia una beffa enorme, ma il masochismo nazionale potrebbe non aver toccato il suo fondo. Nelle sale oscure del potere, in quelle conversazioni melliflue che tanti film hanno rappresentato purtroppo seriamente, la partita a scacchi continua. In fondo si è sacrificato un pezzo importante, forse un alfiere, ma per aprire il gioco a uno spazio nuovo condotto con cavalli e torri...

Non resta che guardare e restare attoniti di fronte agli eventi. I conti dei fedeli e dei traditori, degli ostacoli e delle opportunità, proseguono ad un ritmo costante scandito dal suono di quelle macchinette conta soldi che continuano a cercare inutilmente di finire di quantificare il denaro dell'ex Presidente. Ne è conscio anche il nuovo Front-Man dello spettacolo di quella politica che desidera il potere per guardare agli affari propri e personali. Conosce il rischio, ma sta aspettando il momento buono per buttare il re giu' dalla torre senza sporcarsi le mani. Da Giulio Cesare in poi, la storia ciclicamente si ripete. E noi italiani sembriamo non imparare mai. Deve essere un virus tremendo quello del potere: rende ciechi, sordi, paranoici e soprattutto soli.

P.S.: Ma lo sapete che non si trovano foto di Coppia su internet... Strano...

giovedì 29 marzo 2012

Memorie di un Weekend

Eventi incredibili che si manifestano improvvisi, ma che vanno immortalati a caratteri piccoli e fitti per non rimanere solo in bit di immagini piu' o meno a fuoco, ma in parole scritte da una mente poco lucida...

E' stato cosi' il sabato 24 marzo 2012, data scolpita nella memoria quanto quella dell'8 ottobre 2010. Non puo' essere un racconto dettagliato il mio. Filtrato attraverso dei liquidi pensieri un po' colorati tra l'arancione spritz e il rosso Salice, il ricordo non è in sequenza e mi giunge alle orecchie rumoroso ma vivido e felice.

Siamo entrati nel locale sulle note di una Streets incantata in un Joshua Tree che sopravviveva al nostro assalto. Pochi minuti lasciati al vino, e ecco che il cibo ha iniziato a piovere sulle nostre tavole come una cascata inarrestabile. Tavolate splendide di persone sorridenti, felici di esserci e di ritrovarsi. Battute a raffica in un casino da stadio. Via di fritto. Via di musica. Via di vino...

E poi lo spogliarello impazzito, i racconti di Bono, la documentazione live imbarazzante per numero e per qualità. E i commenti a 360  gradi di angolo e di temperatura... Esibizioni corali che rendono la musica veicolo spaziale nell'orbita degli incontri che potrebbero essere arricchiti da un concerto dal vivo, ma che già cosi' sono stupendi momenti simili a una tempesta elettrica...

Essere in quel momento parte del gioco è un dovere, un piacere e un bene grande, in quell'abbraccio che ha reso tanti di noi ONE...

Mentre ci avviciniamo allo scadere di una settimana dall'evento, mi ritornano negli occhi una serie di immagini che non sono su nessuna macchina fotografica che non siano le mie retine o che io non stia inventando. Un venditore di rose, dei cioccolatini, degli abbracci sinceri, dei sorrisi illuminati, dei vitellini e delle pecorelle, dei profumi di cibo e delle donne bellissime... Passerà del tempo prima che si ripeta perchè è cosi' che succede.

Pero' io credo sia fantastico tenere ancora per un attimo un ricordo per sentirne il sapore dolce e amaro, e a tutti voi che leggerete, la dedica di un attimo speciale...


domenica 11 marzo 2012

Dipendenze e indipendenze

Ho sempre odiato le dipendenze. Forse in passato devo anche averne scritto, ma stasera non me ne ricordo... Posso solo dire di aver lottato e battuto una serie di cose che mi si erano appiccicate addosso e che avevano iniziato a rubare troppe delle mie risorse cerebrali...

Ho parlato di cose, e su quelle credo che l'indipendenza sia cosa sacrosanta. Ma proprio perchè nella categoria "cose" non si possono far rientrare le persone (o almeno una discreta quantità di esse...), faccio un degno distinguo. Per le persone sviluppo delle dipendenze da cui non voglio liberarmi. In genere stabilisco dei legami forti, dei vincoli su cui appoggiare e far girare un po' del mio mappamondo personale. Riconoscere che questo accade è stato importante. Come lo è il fatto di capire che per gli altri non è cosi'. Ognuno a suo modo decide che ruolo darti nella sua vita, basandosi su com'è e quanto è disposto a investire in un rapporto. Ci sono quelli che pensano di dover dare perchè prendono, e quelli che invece prendono e non riconoscono il fatto di non dare nulla in cambio.

Potrebbe sembrare un discorso di basso profilo quello del dare e avere, ma solo la letteratura è piena di ipotetiche relazioni in cui si fa tutto per nulla. Alla lunga, sono situazioni destinate a esplodere fragorosamente o a morire silenziosamente. Entrambe fini poco entusiasmanti, e in ogni caso fini...

Piu' o meno dignitosamente fregarsene di un numero considerevole di persone se non quando se ne ha voglia e spazio, significa dire che no, non abbiamo una dinamica in evoluzione nei nostri rapporti con i prossimi... Certo che non puo' essere con tutti lo stesso, ma credo che sia bene provare a essere realisticamente equilibrati. Per quanto difficile sia dirsi "non me ne importa abbastanza", vale forse di piu' di un messaggio finto e di una distanza sostanziale...

E sia una nuova settimana...

mercoledì 7 marzo 2012

La Tombola dei Wiener Philharmoniker e le risposte automatiche

Dal 2 di gennaio, si può riempire un form per partecipare all'estrazione di un certo numero di biglietti per il concerto di Capodanno dell'anno successivo a Vienna... Ovviamente non parliamo di un regalo: devi avere il colpo di fortuna (anche detto botta di culo) di poter accedere all'acquisto. Poi via di svariati fogli colorati con i simboli delle Nazioni Europee... Insomma pagare prego!

Nel mio nuovo "cogli l'attimo" style, ho provato a registrarmi per partecipare al tombolone. Credo sinceramente di non essere l'unico al mondo ad avere la stessa idea. Forse se già mettessero un gettone da 1€ per ogni persona che applica, ci sarebbe spazio per un pò di beneficenza. Ma questo è un altro discorso...

Insomma oggi lettera di risposta automatica. Ci spiace. Se lo guardi in TV, infiocchettato in un "we regret" e un "we hope you will apply again"...

E adesso mi domando dove sia la fabbrica dei risponditori seriali. Un deposito di "una frase per ogni occasione" che poi seleziona più o meno a caso delle combinazioni per dirti in veste di meringa più o meno gonfia, dove andare a metterti le tue richieste, application e cartelle della tombola.

Nella mania di ridurre il lavoro delle singole persone, anche il ruolo comunicativo di chi deve avere a che fare con il pubblico sembra depauperato di ogni umanità. E mi viene da chiedere perchè dobbiamo semplificare cosi' tanto. Una fredda e spiacevole comunicazione formale diviene un momento di contatto alquanto dolorosa. 

La risposta è semplice: nessuno ama dare le cattive notizie. Nessuno ama dover spiegare delle motivazioni cercando di non offendere il prossimo, anche se di fatto quest'ultimo è già immancabilmente offeso dal rifiuto, dalla sconfitta e dalla scarsa fortuna... Purtuttavia, sotteso, è il principio di non prendersi la responsabilità. Di non voler giustificare e rispondere a domande scomode che a volte risposta non hanno.

Seppure tutto ciò è comprensibile, non lo trovo apprezzabile e resto dell'idea che, con tutto l'aggravio di lavoro e di sforzo che ci sta dietro, ci potrebbe essere qualcuno capace di dire le cose come stanno. Servirebbe anche a non lasciare dubbi, a migliorare chi vuole migliorare. Ovviamente questo non si riferisce alla tombola di Vienna, ma ci sono arrivato con tutta quella serie di incomprensibili connessioni che la nostra mente sa fare e sulle quali non abbiamo (per fortuna) controllo. E va bene così...

giovedì 1 marzo 2012

Scontato, ma sincero. Per Lucio Dalla

Non è che una persona che non conosci, non frequenti, non ricordi direttamente ti possa mancare. Non c'era e non ci sarà.

Pero' per alcuni personaggi pubblici, non è così. Lucio Dalla è un pezzo della cultura italiana della canzone degli ultimi 50 anni, e come tale, ne siamo permeati tutti. Canzoni indimenticabili, un personaggio anormale, ma capace di creare e di influenzare, di vivere e di fare senza essere vuotamente sotto i riflettori. La sua è quella musica storica, quella che aveva delle note chiare e distinguibili che ci sono dentro senza che neanche le possiamo più distinguere.

Al di là di ogni momento retorico, io credo che sia strano pensare che una persona che ha scritto e comunicato della musica che resta, non sia poi lì all'infinito. Neanche perchè ci si aspettasse che avrebbe continuato a produrre cose belle come quelle del passato, ma soprattutto per quella sicurezza che ci possono dare delle costanti.

Nel ripercorrere opere belle e meno, mi viene in mente l'esperienza personale di un concerto dal vivo con De Gregori 2 anni fa. Attraversando la loro storia musicale e svariate generazioni di persone, i due ci portarono verso canzoni che conoscevamo senza averle mai cantate, perchè parte del nostro tempo. E personalmente trovo che questa sia la cosa più bella per un artista e per il suo pubblico: essere parte di una consuetudine che raggiunge il profondo di tanti.

Di norma non avrei scritto su queste pagine di un personaggio pubblico scomparso. Lo ho fatto in passato per criticare atteggiamenti di recupero di amicizia e di divinizzazione. Però questa volta ho pensato a come anche altri hanno lasciato dei vuoti nel nostro universo mediatico e mi sono ritrovato a considerare che proprio questo cantante ci ha lasciato delle gocce di poesia tanto italiana e piena di sentimento. E un grazie, ci stava bene...

mercoledì 29 febbraio 2012

Il turno di notte

Subito in chiaro: odio i turni di notte. Ancor più chiaro: io non soffro molto di insonnia. Su tutto: la notte, a meno di motivazioni edonistiche, si dorme!

Nonostante ciò sono sulla strada dell'ufficio proprio ora. Nel bus e nel treno che mi porteranno in quel luogo dimenticato da Dio di sicuro, ma purtroppo ben presente negli occhi di questo e di altri uomini, dove trascorro molte ore della mia vita.

Non sempre è possibile scansare la richiesta di presenza ad "alto valore aggiunto" delle 12h serali. Finora ho avuto il proverbiale culo, ma oggi sembra che finirà proprio con una serata in compagnia di gente perbene e a volte simpatica, ma che ti chiede non una serie di battute idiote, bensì professionalità, proprio quando tu invece in genere sei in pigiama...

Nel faticare a trovare un lato positivo in questa vicenda, c'è da dire che la notte è generalmente un momento tranquillo. I super scassapalle sono generalmente meno attivi, anche se mai del tutto immuni dal loro virus a trazione incontrollata. Di sicuro io stesso sono più calmo, probabilmente perché il mio ciclo di attività è decisamente rovesciato. All'inizio e alla fine sono in effetti una bestia difficile da gestire, ma per il resto del tempo la mia pressione assume livelli orizzontali.

Ma tutto ciò resta stiracchiato. L'unica cosa divertente che mi viene da ricordare fu quando lavorai per delle misure notturne sull'autostrada Napoli Salerno, ed ad un certo punto arrivò un'auto che si fermò di fronte al camper. Ne scesero due stangone impellicciate e piazzatissime. Andarono all'autogrill. Non tornarono mai: al loro posto due tizi che avrei visto bene come buttafuori...

lunedì 27 febbraio 2012

Esibizionisti impiccioni...

Dopo l'evidente affermazione dei social network come nuovo elemento culturale, mi interessa capire i motivi che muovono masse enormi di persone a farne un uso continuo e al limite del maniacale.

In un primo momento mi aveva colpito l'aspetto tecnologico. Facebook come Twitter e gli altri, hanno avuto semaforo verde dall'evoluzione della rete. Ancor di più, gli smartphone, compreso quello da cui scrivo in questo momento, hanno favorito la crescita dei numeri e di conseguenza della presenza online. Ma tutto ciò è superficie. La tecnologia in questo caso è solo stata un veicolo di un'ascesa già segnata.

In effetti alla base di tutto e ridotto all'osso, io penso che le motivazioni dell'affermazione siano da ricondursi ai fattori esibizionismo e pettegolezzo. Il primo è il virus irrimediabile ereditato dai media del ventesimo secolo e dalla natura umana che tende a evolversi secondo modelli che passano per vincenti. Vogliamo che gli altri ci vedano, che sappiano che ci siamo, a confermare che il nostro effimero passaggio sulle lande lussureggianti o desolate del globo azzurro, è avvenuto davvero. Non c'è nulla di male, non c'è un giudizio morale in questo. È la realtà che si afferma con la produzione di informazioni assolutamente non necessarie, ma fondamentalmente comuni. Esse ci rendono un network di ipocondriaci, o di raffreddati cronici, o di innamorati speranzosi. Ci rendono un'umanità caduta nella stessa rete e strizzata in una vicinanza a volte asfissiante, ma di fatto calda e confortante.

E poi la curiosità e il pettegolezzo. Vanno insieme e non sono scindibili. Ci piace saperle quelle cose inutili di cui sopra. Farne a meno sarebbe mutilare il nostro spirito. Andare a rovistare nel vissuto degli altri, nella biancheria pulita e sporca di vicini e lontani, è un mestiere molto antico. Se le cose si semplificano nel modello della rete sociale, perché non farlo? Se gli altri non sono così avveduti dal filtrare la propria privacy, cosa ci proibisce di gettare un occhio in profondità recondite per sapere tutto e di più?

È indubitabile che andiamo nella direzione di un overload di informazioni da processare. Il nostro cervello sta perdendo alcune funzionalità e ne sta acquisendo altre. Studi dicono che con l'utilizzo massiccio della rete, riusciamo a concentrarci su un argomento molto raramente e per pochissimo tempo. D'altronde, sembriamo sapere molte più cose e avere accesso a archivi illimitati. Questo potrebbe stimolare processi evolutivi e scenari imprevedibili. E tutto poi perché siamo esibizionisti impiccioni...

martedì 14 febbraio 2012

Il NON detto

C'è una linea precisa che separa il detto dal non detto. Non è una linea retta, al contrario, è una curva tortuosa e dalle mille anse che rende gli estremi infinitamente vicini eppure nettamente separati.


Ciò che si dice è soggetto a interpretazione esattamente e più delle parole non pronunciate, ma le sue conseguenze sono leggibili, comprensibili a volte. Il non detto è del tutto imprevedibile. Può portare a conclusioni diametralmente opposte.


Gli introversi e gli estroversi hanno una relazione complicata con il non detto. Gli introversi, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, lo vivono come un ennesimo fallimento comunicativo. La innumerabile volta in cui non sono riusciti a trasmettere il loro pensiero. Potrebbero fregarsene, ma come? In fondo gli introversi sono solo persone che hanno difficoltà a esprimere il loro mondo interiore, non sono muti. Chiarire e puntualizzare i contorni del proprio essere fa parte della loro mission, magari inconscia. In fondo per gli introversi, non dire è un grave reato se perpetrato dagli altri, perchè li costringe ad uscire dal loro bozzolo per provare a capire. Il loro esprimersi è per natura limitato e macchinoso. Il risultato del non detto sarà quindi a metà in quella lunga strada tra bianco e nero di cui sopra...


Per gli estroversi, non comunicare qualcosa, apre infiniti scenari interpretativi. Questo significa vedere e immaginare tutte le possibili strade nell'impossibilità di trovarne una più convincente delle altre. Il non detto li tortura e li rende (ci rende) duri, sospettosi, li allontana irrimediabilmente con un biglietto di sola andata. Il non detto ha un volto enigmatico, ma dolorosamente contorto in un ghigno di inspiegabile frustrazione. Gli estroversi vorrebbero aiutare le controparti a dire, ma devono abbandonare il campo quando realizzano che il silenzio non è il loro elemento naturale.


Ciò che si dice non si ritira, ma si può provare a spiegare. Può far male, ma siccome è un attacco allo scoperto, alla luce del sole, ci si può difendere o reagire vedendoci bene. Il non detto è un killer silenzioso che attacca nell'ombra ed è letale nella sua precisione. E' un colpo secco che ti raggiunge magari in ritardo e ti lascia abbattuto a terra ad agonizzare.


E' inutile aspettarsi che il tempo curi le ferite del non detto. Esso non ha potere sull'incomprensibile. E' triste, e stasera la mia riflessione non è priva di questo silenzioso rimpianto. In fondo il non detto è una di quelle cose che non può finire nella categoria rimorsi. E' solo il doloroso bagliore di una lama che arriva a fare uno spazio che non viene riempito...

lunedì 13 febbraio 2012

Un weekend nei perchè di Milano

Lo scorso weekend ho visitato Milano. Ormai ci sono stato varie volte, anche da turista, e non posso dire di non aver visto nulla. La pinacoteca di Brera, il museo della scienza, il Cenacolo, S. Ambrogio e il Duomo, i negozi e la vita degli happy hours. Insomma roba interessante, anche se la città mi sembra non chiarire al mio occhio mai i suoi perchè. Dopo anni di immersione senza boccaglio nella ricca Svizzera, riconosco l'Italia dai suoi tratti comuni piuttosto marcati. Ad esempio, da nord a sud, c'è la legge del parcheggio selvaggio. Macchine in ogni ordine e fila, disposte disordinatamente e contro ogni logica. Venendo da oltralpe tutto cio' risulta quasi disturbante. Ma non si possono disconoscere le proprie origini, e quasi ci si trova a rilassarsi nella assenza di regole...

Milano non fa eccezione ed è quasi peggio di Napoli nella sua occupazione continua di suolo pubblico... A parte questa banalità, Milano resta per me una città abbastanza misteriosa. Tralasciando il casino toponomastico che non riesco a comprendere, l'alternarsi architettonico di palazzi grandi piccoli e medi mi scombussola. Allo stesso modo non capisco la mondanità spinta. Dipenderà dalla voglia di divertirsi dopo aver prodotto? O è l'unico segno tangibile di quella italianità della caciara sopravvissuta alla potente vicinanza delle nazioni d'Oltralpe?

Con il sole, sperimentato piu' volte contro tutte le attese, Milano è finanche luminosa. Ma resta piena di angoli in ombra difficilmente leggibili. Per un miope come me, questo è un aspetto abbastanza frustrante. Eppure ci sono dei milioni di persone che la eleggono a loro residenza definendone poi pregi e difetti, motivi di esistenza e ragioni caratterizzanti. Mi resta sempre il dubbio di capire se ci sia un perchè a tutto questo che non sia il solo bisogno di sopravvivere grazie ad un lavoro trovato solo in quella zona.

Non è un giudizio di merito, ma solo la sensazione che in troppi siano scelti dalla città nella sua tentacolare morsa che abbranca con ventose potentissime. La scelta di Milano da parte degli altri, appare invece meno costante. Un amore odio per un luogo che offre il suo meglio indissolubilmente legato al suo peggio... Il tutto in una moderata visione, forse un po' stucchevolmente moderata...

Note per Viaggiatori Occasionali...

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Capotreno e Viaggiatori