Viaggia in Treno: L'odissea semiseria di chi ha poche certezze
Racconti di viaggio lungo i percorsi della vita...
lunedì 16 aprile 2012
Diaz. E gli ultimi anni di rumoroso silenzio.
venerdì 30 marzo 2012
Finire con Fede
giovedì 29 marzo 2012
Memorie di un Weekend
domenica 11 marzo 2012
Dipendenze e indipendenze
mercoledì 7 marzo 2012
La Tombola dei Wiener Philharmoniker e le risposte automatiche
giovedì 1 marzo 2012
Scontato, ma sincero. Per Lucio Dalla
mercoledì 29 febbraio 2012
Il turno di notte
Subito in chiaro: odio i turni di notte. Ancor più chiaro: io non soffro molto di insonnia. Su tutto: la notte, a meno di motivazioni edonistiche, si dorme!
Nonostante ciò sono sulla strada dell'ufficio proprio ora. Nel bus e nel treno che mi porteranno in quel luogo dimenticato da Dio di sicuro, ma purtroppo ben presente negli occhi di questo e di altri uomini, dove trascorro molte ore della mia vita.
Non sempre è possibile scansare la richiesta di presenza ad "alto valore aggiunto" delle 12h serali. Finora ho avuto il proverbiale culo, ma oggi sembra che finirà proprio con una serata in compagnia di gente perbene e a volte simpatica, ma che ti chiede non una serie di battute idiote, bensì professionalità, proprio quando tu invece in genere sei in pigiama...
Nel faticare a trovare un lato positivo in questa vicenda, c'è da dire che la notte è generalmente un momento tranquillo. I super scassapalle sono generalmente meno attivi, anche se mai del tutto immuni dal loro virus a trazione incontrollata. Di sicuro io stesso sono più calmo, probabilmente perché il mio ciclo di attività è decisamente rovesciato. All'inizio e alla fine sono in effetti una bestia difficile da gestire, ma per il resto del tempo la mia pressione assume livelli orizzontali.
Ma tutto ciò resta stiracchiato. L'unica cosa divertente che mi viene da ricordare fu quando lavorai per delle misure notturne sull'autostrada Napoli Salerno, ed ad un certo punto arrivò un'auto che si fermò di fronte al camper. Ne scesero due stangone impellicciate e piazzatissime. Andarono all'autogrill. Non tornarono mai: al loro posto due tizi che avrei visto bene come buttafuori...
lunedì 27 febbraio 2012
Esibizionisti impiccioni...
Dopo l'evidente affermazione dei social network come nuovo elemento culturale, mi interessa capire i motivi che muovono masse enormi di persone a farne un uso continuo e al limite del maniacale.
In un primo momento mi aveva colpito l'aspetto tecnologico. Facebook come Twitter e gli altri, hanno avuto semaforo verde dall'evoluzione della rete. Ancor di più, gli smartphone, compreso quello da cui scrivo in questo momento, hanno favorito la crescita dei numeri e di conseguenza della presenza online. Ma tutto ciò è superficie. La tecnologia in questo caso è solo stata un veicolo di un'ascesa già segnata.
In effetti alla base di tutto e ridotto all'osso, io penso che le motivazioni dell'affermazione siano da ricondursi ai fattori esibizionismo e pettegolezzo. Il primo è il virus irrimediabile ereditato dai media del ventesimo secolo e dalla natura umana che tende a evolversi secondo modelli che passano per vincenti. Vogliamo che gli altri ci vedano, che sappiano che ci siamo, a confermare che il nostro effimero passaggio sulle lande lussureggianti o desolate del globo azzurro, è avvenuto davvero. Non c'è nulla di male, non c'è un giudizio morale in questo. È la realtà che si afferma con la produzione di informazioni assolutamente non necessarie, ma fondamentalmente comuni. Esse ci rendono un network di ipocondriaci, o di raffreddati cronici, o di innamorati speranzosi. Ci rendono un'umanità caduta nella stessa rete e strizzata in una vicinanza a volte asfissiante, ma di fatto calda e confortante.
E poi la curiosità e il pettegolezzo. Vanno insieme e non sono scindibili. Ci piace saperle quelle cose inutili di cui sopra. Farne a meno sarebbe mutilare il nostro spirito. Andare a rovistare nel vissuto degli altri, nella biancheria pulita e sporca di vicini e lontani, è un mestiere molto antico. Se le cose si semplificano nel modello della rete sociale, perché non farlo? Se gli altri non sono così avveduti dal filtrare la propria privacy, cosa ci proibisce di gettare un occhio in profondità recondite per sapere tutto e di più?
È indubitabile che andiamo nella direzione di un overload di informazioni da processare. Il nostro cervello sta perdendo alcune funzionalità e ne sta acquisendo altre. Studi dicono che con l'utilizzo massiccio della rete, riusciamo a concentrarci su un argomento molto raramente e per pochissimo tempo. D'altronde, sembriamo sapere molte più cose e avere accesso a archivi illimitati. Questo potrebbe stimolare processi evolutivi e scenari imprevedibili. E tutto poi perché siamo esibizionisti impiccioni...martedì 14 febbraio 2012
Il NON detto
Ciò che si dice è soggetto a interpretazione esattamente e più delle parole non pronunciate, ma le sue conseguenze sono leggibili, comprensibili a volte. Il non detto è del tutto imprevedibile. Può portare a conclusioni diametralmente opposte.
Gli introversi e gli estroversi hanno una relazione complicata con il non detto. Gli introversi, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, lo vivono come un ennesimo fallimento comunicativo. La innumerabile volta in cui non sono riusciti a trasmettere il loro pensiero. Potrebbero fregarsene, ma come? In fondo gli introversi sono solo persone che hanno difficoltà a esprimere il loro mondo interiore, non sono muti. Chiarire e puntualizzare i contorni del proprio essere fa parte della loro mission, magari inconscia. In fondo per gli introversi, non dire è un grave reato se perpetrato dagli altri, perchè li costringe ad uscire dal loro bozzolo per provare a capire. Il loro esprimersi è per natura limitato e macchinoso. Il risultato del non detto sarà quindi a metà in quella lunga strada tra bianco e nero di cui sopra...
Per gli estroversi, non comunicare qualcosa, apre infiniti scenari interpretativi. Questo significa vedere e immaginare tutte le possibili strade nell'impossibilità di trovarne una più convincente delle altre. Il non detto li tortura e li rende (ci rende) duri, sospettosi, li allontana irrimediabilmente con un biglietto di sola andata. Il non detto ha un volto enigmatico, ma dolorosamente contorto in un ghigno di inspiegabile frustrazione. Gli estroversi vorrebbero aiutare le controparti a dire, ma devono abbandonare il campo quando realizzano che il silenzio non è il loro elemento naturale.
Ciò che si dice non si ritira, ma si può provare a spiegare. Può far male, ma siccome è un attacco allo scoperto, alla luce del sole, ci si può difendere o reagire vedendoci bene. Il non detto è un killer silenzioso che attacca nell'ombra ed è letale nella sua precisione. E' un colpo secco che ti raggiunge magari in ritardo e ti lascia abbattuto a terra ad agonizzare.
E' inutile aspettarsi che il tempo curi le ferite del non detto. Esso non ha potere sull'incomprensibile. E' triste, e stasera la mia riflessione non è priva di questo silenzioso rimpianto. In fondo il non detto è una di quelle cose che non può finire nella categoria rimorsi. E' solo il doloroso bagliore di una lama che arriva a fare uno spazio che non viene riempito...
lunedì 13 febbraio 2012
Un weekend nei perchè di Milano
Note per Viaggiatori Occasionali...
Capotreno e Viaggiatori





